La Cassazione Civile ha recentemente invertito ancora una volta il suo orientamento in materia di commisurazione dell’assegno divorzile.

Dopo la sentenza n. 11504 del 2017 accolta con tanto entusiasmo dal coniuge economicamente più rilevante e che aveva attribuito all’assegno divorzile natura meramente assistenziale, vi sono state altre due importanti pronunce successive che hanno nuovamente mescolato le carte.

In particolare ci riferiamo alla sentenza della Corte di Cassazione n. 18287 del 2018 e all’ordinanza della medesima Corte (n. 4523/2019) che hanno visto ancora una volta gli ermellini tornare sui loro passi in virtù del fatto che, in realtà, i criteri di indipendenza o autosufficienza economica, tirati in ballo precedentemente, non rientrerebbero nel dettame normativo di cui all’art. 5, L. n. 898/1970.

Infatti, da una lettura della succitata norma emergerebbe come criterio fondante nella determinazione dell’importo dell’assegno divorzile proprio quello del “tenore di vita” (tra l’altro ritenuto già legittimo dalla Corte Costituzionale in sentenza del 2015), che era stato invece escluso nel 2017, quando criterio fondante era stato rinvenuto nell’adeguatezza-inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente l’assegno e nella possibilità o meno di procurarseli.

Infatti al comma 6 dell’art. 5 leggiamo che “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”. Laddove in virtù del comma 9 del medesimo articolo se necessario il tribunale può disporre “indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria”.

I giudici della Suprema Corte sostengono che applicare il criterio dell’autosufficienza economica e quindi attribuire all’assegno divorzile natura meramente assistenziale sia “foriero di gravi ingiustizie” soprattutto in relazione a matrimoni durati per un tempo molto lungo, in funzione dei quali il coniuge richiedente l’assegno ha sacrificato la propria vita professionale, dedicandosi interamente alla crescita del nucleo familiare. Tra l’altro in siffatte situazioni il divario patrimoniale creatosi tra i coniugi non sarebbe più colmabile dal momento che per il coniuge economicamente più debole potrebbe essere difficile, se non quasi impossibile, reinserirsi nel mondo del lavoro.

Pertanto all’esito di una serie di ragionamenti tecnici, la Corte è giunta alla conclusione che non sia possibile fondare la determinazione dell’assegno divorzile sul solo criterio dell’autosufficienza economica, ma si debba compiere una serie di valutazioni che hanno ha che vedere con la comparazione delle condizioni economico-patrimoniale delle parti, anche in considerazione del contributo da ciascuno fornito alla conduzione della vita familiare, alla formazione del patrimonio comune e personale dei coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età del richiedente.

Tale orientamento è stato da ultimo ribadito anche nella più recente Ordinanza della Corte di Cassazione n. 4523/2019 del 14.02.2019, laddove si legge che la determinazione dell’ammontare dell’assegno di divorzio non potrà prescindere e dal valutare e l’inadeguatezza dei mezzi di sostentamento o l’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive e il contributo fornito alla vita familiare (valutato sulla base dei criteri indicati nel citato art. 5, comma 6, L. n. 898/1970).

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