Ben ritrovati con il nuovo anno e tre nuovi termini del nostro dizionario finanziario di base.

In questa occasione analizzeremo Obbligazioni; Plusvalenza e Quantitative Easing.

O OBBLIGAZIONI

Un’obbligazione configura un titolo di debito (per chi la emette, debitore) e di credito (per chi la acquista, creditore) che rappresenta una parte di un debito acceso da una società o da un ente pubblico allo scopo di reperire finanziamenti sul mercato. Il rimborso del capitale a scadenza e il pagamento di un interesse periodico (cedola) ne sono le principali caratteristiche.

La società emittente si rivolge ai risparmiatori per poter beneficiare di tassi di interesse solitamente inferiori rispetto a quelli previsti da un finanziamento bancario; l’investitore dal canto suo, beneficia di un tasso di interesse maggiore rispetto alla remunerazione della liquidità in conto ad esempio. La cedola rappresenta questo interesse, è pagata durante la vita del titolo e può avere frequenze differenti; può essere inoltre fissa o variabile (solitamente indicizzata ad Euribor maggiorato di uno spread o di altri tassi ufficiali). La tassazione delle obbligazioni corporate in Italia è pari al 26% sia per quanto riguarda le cedole che per quanto riguarda le eventuali plusvalenze.

Le obbligazioni comportano dei rischi:

  • Rischio di interesse: riguarda l’eventualità che il prezzo del titolo diminuisca in seguito alla variazione del tasso di interesse. I titoli a tasso fisso ad esempio sono più esposti a questo cambiamento, non potendo modificare le cedole, per adeguare il loro rendimento ai nuovi tassi, devono modificare il prezzo. Poniamo ad esempio che ci sia un aumento dei tassi di interesse: l’unico modo per far sì che le obbligazioni a tasso fisso più datate possano concorrere con le nuove è che il prezzo delle prime diminuisca. Ovviamente il rischio non si pone per chi porti a scadenza l’obbligazione.
  • Rischio di credito o rischio emittente è legato alla possibilità che l’emittente risulti inadempiente, in tutto o in parte, nel pagamento degli interessi e/o del capitale. Anche per lo stesso emittente, non tutte le obbligazioni hanno il medesimo rischio. Esistono infatti le obbligazioni subordinate, per le quali il pagamento delle cedole ed il rimborso del capitale, in caso di particolari difficoltà finanziarie dell’emittente, dipendono dalla soddisfazione degli altri creditori non subordinati. La presenza di livelli diversi di merito creditizio spiega perché non tutte le obbligazioni offrono lo stesso rendimento, anche se uguali per scadenza e per tipologia. Il rendimento, infatti, cresce al ridursi dell’affidabilità dell’emittente. Esistono delle agenzie di rating che misurano l’affidabilità di un emittente assegnando un rating che individua il relativo rischio di credito. Il rating non è altro che un giudizio sulla capacità dell’emittente di far fronte ai suoi impegni.
  • Rischio di liquidità inerente alla difficoltà di vendere rapidamente le proprie obbligazioni sul mercato prima della scadenza. I titoli non quotati sono certamente meno liquidi di quelli quotati.
  • Rischio di cambio attiene agli investimenti in valuta estera ed è legato alla variabilità dei rapporti di cambio tra le valute.

P PLUSVALENZA

La plusvalenza può essere definita come la crescita del prezzo di un titolo dal momento in cui noi lo abbiamo acquistato a quando decidiamo di rimetterlo sul mercato vendendolo. Per noi, in questo caso, si determina un guadagno. Il termine inglese capital gain è l’equivalente internazionale della nostra plusvalenza intesa come differenza tra il prezzo di vendita e prezzo di acquisto. Questo guadagno viene tassato diversamente a seconda degli strumenti finanziari con un’aliquota media del 26% per la maggior parte degli strumenti finanziari, fanno eccezione i titoli di stato italiani o della cosidetta white list per i quali l’aliquota di tassazione delle plusvalenze è al 12,5 per cento. La tassazione è prelevata secondo diverse modalità a seconda dei “regimi” di risparmio (dichiarazione, risparmio amministrato, risparmio gestito).

Q QUANTITATIVE EASING

Il Quantitative Easing (come è ben spiegato in questo video) è uno strumento di politica monetaria; letteralmente un allentamento quantitativo uno strumento utilizzato dalle Banche Centrali per creare ed immettere nel sistema moneta, utilizzato per far fronte a carenze temporanee o crisi di liquidità.

Per analizzare il quantitative easing, è importante capire cosa comporta la stagnazione dell’economia per le aziende: in un’economia stagnante i consumatori e le imprese effettuano meno acquisti, con relative poche vendite. Le aziende devono di solito sostenere dei costi fissi, indipendentemente dai fatturati che rimangono invariati nonostante le vendite tendano ad abbassarsi in periodi di crisi: diminuendo i ricavi e restando fissi i costi di produzione, si sono registrate moltissime chiusure in fallimento di aziende in tutta Europa, molte delle quali in Italia.

Il quantitative easing non è il primo livello di intervento che le Banche Centrali solitamente adottano con l’obiettivo di spingere il mercato ad uscire dalla stagnazione. Fra le prime opzioni infatti di solito le Banche Centrali tendono ad implementare azioni che abbassino i tassi di interesse che le banche applicano quando una persona o un’azienda va a chiedere un prestito: l’obiettivo di tale politica è quello aumentare le richieste dei prestiti, in quanto persone e aziende, attirate dai bassi tassi di interesse, possono essere spinte a chiedere prestiti in denaro. I soldi dei prestiti ottenuti potranno essere investiti acquistando beni o servizi da altre aziende, con l’obiettivo ultimo di rimettere in moto l’economia.

Quando anche il taglio dei tassi di interesse sui prestiti non porta al risultato sperato, allora le Banche Centrali possono agire con il quantitative easing acquistando titoli degli Stati (o azioni e obbligazioni sul mercato) con lo scopo di immettere nuova moneta e aumentarne quindi la quantità in circolazione. Una delle tipiche conseguenze è l’aumento del prezzo dei titoli e la riduzione del loro rendimento, come la riduzione degli interessi bancari che, diminuendo, permettono una riduzione dei mutui e dei debiti contratti anche in passato nei confronti delle banche.

Nel caso europeo, la BCE ha messo inizialmente in programma, da marzo 2015 a settembre 2016, una spesa di 60 miliardi di euro/mese per acquistare prevalentemente titoli di Stato di elevata qualità (investment grade) finché il tasso di inflazione dell’eurozona non fosse tornato ad avvicinarsi al 2%. Dal 10 marzo 2016 la BCE ha deciso di portare da 60 a 80 miliardi di euro l’importo mensile di acquisto col Quantitative Easing, già a partire da Aprile 2016 e di estendere l’acquisto a titoli non governativi, emessi da società private non bancarie (anche ad “abs” e “covered bond”). Un ulteriore prolungamento di 9 mesi è stato disposto dalla BCE il 25 ottobre 2017 (sino a settembre 2018) dimezzando tuttavia l’entità della misura che da gennaio 2018 a settembre sarà pari a 30 miliardi di euro al mese. Lo scorso 14 giugno 2018, la Banca Centale Europea ha annunciato l’inizio della fase terminale del programma QE che sarà esteso a tutto il 2018, ma con acquisti netti mensili ridotti a 15 miliardi di euro da ottobre a novembre.

Come previsto da mesi, la Banca centrale europea ha annunciato che con la fine del 2018 terminerà anche il Quantitative Easing (QE), il programma di acquisto dei titoli di titoli di stato avviato nel 2015 per stimolare l’economia in crisi.

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