La confisca, nel diritto penale – e soprattutto nel diritto penale dell’economia – ha una valenza sempre maggiore data la natura sanzionatoria particolarmente incisiva e il conseguente effetto potenzialmente dissuasivo, anche per i reati di natura fiscale.

Per ciò che riguarda specificamente i delitti tributari essa è stata introdotta con l’art. 12-bis nel d.lgs. 74/2000 dellla Finanziaria del 2008. La norma citata risentì di alcune pronunce della Cassazione la quale, negli anni immediatamente precedenti, aveva sottolineato la necessità di intervenire con lo strumento della confisca per andare a colpire il risparmio dell’imposta, che invece ai sensi art. 240 c.p. non poteva essere ablato.

Il primo comma del citato art. 12-bis, nella’attuale versione stabilisce che “ nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale per uno dei delitti previsti dal presente decreto, è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto”.

L’aspetto maggiormente innovativo della riforma citata è la possibilità di procedere, anche per i reati tributari, con la confisca anche per equivalente. Si è consentito pertanto l’ablazione di beni nella disponibilità del reo per un valore equivalente al profitto conseguito, indipendentemente dal loro collegamento, diretto o indiretto, con il fatto di reato. La dottrina e la giurisprudenza sono unite nel ritenere che quando la confisca è per equivalente si tratta di una misura a tutti gli effetti sanzionatoria (ex multis Cass. 7180/2017), distinguendola dalla confisca semplice ex art. 240 c.p considerata invece come misura di sicurezza patrimoniale.

In altri termini, laddove la confisca diretta non possa essere eseguita direttamente – cioè come apprensione del bene che costituisce oggetto del profitto di reato – verrà eseguita nella forma di confisca per valore equivalente diventando dunque sanzionatoria. Cambia pertanto la natura dell’istituto e quindi la disciplina applicabile per un fatto puramente contingente, dovuto dalla oggettiva impossibilità di procedere a confisca diretta. Situazione che potrebbe dar luogo a una sorta di “arbitraggio”, nella misura in cui l’indagato ha interesse affinché si proceda con l’una anziché con l’altra.

Bisogna chiedersi a questo proposito cosa si intenda per profitto di reato, la definizione è controversa, poiché non è possibile far riferimento una norma che la descrive compiutamente . In prima istanza, si può dire che il profitto allude a qualcosa che ha una componente economica e patrimoniale riconoscibile, tradizionalmente si sostiene che il profitto sia un incremento della situazione patrimoniale. Per gli effetti penali, si può dire che è un plusvalore che è stato creato a seguito del reato, un quid pluris che non esisteva prima del reato ed esiste dopo la sua commissione. L’ordinamento giuridico non può ammettere che ciò che deriva dal reato possa essere legittimamente posseduto da un soggetto, perché il reato non è un legittimo titolo di acquisizione della proprietà, per questo motivo ne viene disposta la confisca. In molti dei reati tributari non c’è la creazione di un plusvalore, c’è il risparmio di ciò che avrei dovuto pagare. Dal punto di vista contabile, il patrimonio dell’autore del reato tributario rimane invariato, non c’è un incremento, quanto piuttosto un mancato decremento dato dal non versamento dei tributi. Questo risparmio d’imposta si deve ritenere punito con la confisca in quanto costituente profitto di reato.

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