Perdonate il gioco di parole, non ho resistito. Oggi parliamo di “Vendita in piedi”.

Questa tipologia di contratto prevede la cessione di un prodotto che di fatto, alla firma del contratto, non esiste. Trattasi di un caso tipico di vendita di cosa futura, normata dall’art. 1472 del codice civile. Secondo il testo infatti, nella vendita che ha per oggetto una cosa futura, l’acquisto della proprietà si verifica non appena la cosa viene ad esistenza. Se oggetto della vendita sono gli alberi o i frutti di un fondo, ad esempio, la titolarità si acquista quando gli alberi sono tagliati o i frutti sono separati dalla pianta stessa.

Nella prassi quindi, cosa accade? La vendita in piedi è il contratto che permette all’acquirente di acquistare, prima del raccolto, il prodotto. Questa tipologia di contratti, benché molto utilizzati nel passato, sono tornati alla luce solo recentemente in quanto in grado di coniugare esigenze commerciali e di finanziamento delle passività a breve termine, della parte cedente. Non ci sono limitazioni per quanto riguarda l’oggetto della vendita. Si possono “vendere in piedi” frutti di piantagione o le stesse piante, ma va specificato che quelle più diffuse sono appunto quelle su pianta o quelle di erbe.

Nel caso in cui si verifichi una vendita in piedi, il cui oggetto sono erbe che diverranno accrescimento dei capi che pascolano, il coltivatore in genere stabilisce un prezzo forfettario onnicomprensivo, a volte riferito al singolo campo o raccolto. Una riflessione viene spontanea nel momento in cui si pone a confronto questa tipologia di contratto con la semplice locazione. La corte di cassazione con la sentenza n. 4958 del 2/03/2007 si è soffermata sulla differenza tra questa tipologia di contratto e l’affitto del fondo. La distinzione fra vendita di erbe, detto anche pasci-pascolo, e l’affitto di fondo pascolativo risiede nella circostanza che oggetto della prima vendita è il trasferimento delle erbe prodotte dal fondo considerate come bene da questo distinte, per un canone parametrato alla quantità di queste utilizzabili in relazione al numero degli animali introdotti nel fondo per un certo periodo di tempo. La quantificazione di quanto effettivamente “utilizzato” dagli animali, costituisce l’unità di misura delle erbe nei limiti delle quantità e del tempo espressamente predeterminati. In modo diverso invece, nell’affitto di fondo rustico, parliamo di un godimento diretto a fini produttivi da parte del concessionario che lo detiene, senza alcun limite quantitativo e per un prezzo stabilito, che non varia in base alla quantità di erba prodotta.

Quando si parla invece di vendita su pianta si intende il contratto di vendita di frutti pendenti, cioè non ancora staccati dalla pianta, ceduti in genere “a corpo”, cioè in modo complessivo, con un prezzo in forfettario, indipendentemente poi dalla quantità effettiva realizzata o dalle proprietà qualitative di quanto raccolto. Di fatto chi acquista si assume tutte le responsabilità derivanti da eventi successivi alla vendita, quali ad esempio anche quelli atmosferici o quelli legati ad una riduzione del raccolto stimato.

La domanda sorge spontanea. Cosa succede se il frutto o il bene, non “crescono mai”? Cioè non vengono mai effettivamente ad esistere? La risposta è semplice. In questo caso il contratto è nullo per l’impossibilità dell’oggetto (Per fare un esempio: Siccità prolungata che non ha permesso ai frutti di maturare).

Al contrario, se la causa è imputabile al cedente, le norme applicabili sono quelle relative all’inadempimento, che contemplano la risoluzione del contratto e il risarcimento del danno. Attenzione però: tutto ciò può avvenire solo nel caso in cui l’acquirente non abbia concluso un contratto aleatorio, con clausola espressamente accettata. In tale caso l’acquirente si sarà assunto il rischio della mancata venuta ad esistenza del bene, nulla potendo più eccepire.

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