Quante volte abbiamo sentito al telegiornale o letto sui giornali, soprattutto a ridosso delle vacanze estive, notizie relative all’abbandono di animali, in particolare di cani?

Ebbene, sul punto si è recentemente espressa la Suprema Corte di Cassazione, III sezione penale, in sentenza n. 29894/2018, con la quale ha condannato una padrona per aver abbandonato il suo cane a casa mentre lei e i suoi congiunti erano assenti.

Preliminarmente è bene ricordare che l’abbandono viene sanzionato e previsto all’art. 727 del codice penale, rubricato “Abbandono di animali”, nel quale si legge che “Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. Alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze”.

Il cane abbandonato, infatti, viene equiparato all’incapace abbandonato proprio in quanto totalmente inidoneo a provvedere a sé stesso. Ed è stata la stessa Cassazione in sentenza n. 18892 del 13.05.2011 a definire il concetto di abbandono stabilendo che lo stesso deve ricomprendere non solo il distacco totale e definitivo ma anche l’indifferenza, la trascuratezza, la mancanza di attenzioni e il disinteresse.

Per tornare alla sentenza che ci si propone di analizzare, la stessa è stata pronunciata, in virtù della violazione di un’altra norma di legge e cioè dell’art. 544 ter c.p. il quale sanziona il maltrattamento degli animali, lo stesso prevede che “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da 3 mesi a 1 anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro. La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi. La pena è aumentata della metà se dai fatti cui al primo comma deriva la morte dell’animale”.

In particolare l’intervento della Corte promana dalla richiesta presentata da un’imputata di riesame di un’ordinanza del Tribunale di Chieti, che aveva disposto il sequestro preventivo di un cane lasciato solo dalla sua “famiglia” in occasione delle ferie.

L’imputata infatti, lo aveva abbandonato a casa per due settimane e, nonostante le giustificazioni addotte dalla stessa in ricorso presentato a mezzo dei suoi legali, gli ermellini avevano rilevato che in seguito ai sopralluoghi effettuati presso l’abitazione, la polizia giudiziaria e il veterinario avevano potuto accertare le precarie condizioni di salute del cane, tra l’altro affetto da leishmaniosi, il quale via via nel corso dei diversi accessi aveva presentato sanguinamenti e altre lesioni, oltre che un aspetto mal nutrito.

Erano stati gli stessi vicini di casa a riferire che la proprietaria aveva abbandonato l’animale e che lo stesso era sopravvissuto solo grazie agli atti di pietà dei passanti che gli avevano somministrato cibo e acqua.

Nello specifico, pertanto, gli ermellini hanno confermato la condanna del Tribunale di Chieti in quanto gli accertamenti effettuati dalla Polizia Giudiziaria erano da considerarsi adeguati.

La Cassazione infatti ha rilevato il fumus commissi delicti nel fatto che l’imputata fosse stata reiteratamente assente e che il cane si trovasse in condizioni salute precarie.

In conclusione pertanto, è bene rilevare come sempre più spesso la giurisprudenza si sia trovata a pronunciarsi sulla questione dell’abbandono degli animali, questione che oltre ad un profilo etico morale ha quindi assunto anche un connotato di natura giuridica.

In particolare ricordiamo la Cassazione penale, Sezione, VII sentenza del 10/07/2015 n. 46560, con la quale si sono tipizzate le condotte che costituiscono maltrattamenti, in particolare “Costituiscono maltrattamenti, idonei ad integrare il reato di abbandono di animali, non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione”.

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