Il termine inglese “spread” in gergo finanziario indica in generale la differenza che c’è tra due valori.

Dall’estate 2011 spread è passato ad indicare un differenziale specifico: quello tra il rendimento (cioè quanto pagano di interesse a chi li possiede) dei titoli di stato decennali italiani (i BTP) e quelli tedeschi (i Bund).

Il rendimento di un titolo di stato è in sostanza una misura della solidità percepita di un paese: un rendimento basso significa che gli investitori ritengono quel paese in grado di ripagare facilmente i suoi debiti, mentre un rendimento alto significa che ci sono dei dubbi: gli investitori vogliono essere “premiati” per il rischio che si prendono.

Fino al 2011 lo spread era pressoché sconosciuto, usato soprattutto dagli specialisti dei mercati e ignorato dal grande pubblico e dai media. All’epoca, grazie alla moneta unica, i paesi membri dell’eurozona erano tutti considerati dei pagatori affidabili e quindi nessuno chiedeva un premio per acquistare i titoli di stato dei paesi meno dinamici economicamente, come era già all’epoca l’Italia. Ad esempio, fino al 2008 lo spread dei titoli italiani non aveva mai superato i 30-40 punti base. Le cose cominciarono a cambiare con il fallimento di Lehman Brothers. Il giorno successivo alla dichiarazione di bancarotta della banca americana, lo spread raggiunse i 70 punti.

Da qui è storia nota: con la crisi greca si iniziò a temere che anche uno Stato potesse non rimborsare i suoi debiti. Nell’estate del 2011 lo spread italiano arrivò sopra quota 200 punti base, a giugno superò i 300, a luglio i 400 e a Novembre toccò i 574 punti.

26 Luglio 2012: il whatever it takes di Mario Draghi e una serie di programmi che la BCE varò in quei mesi, compreso il QE, riuscì ad abbassare i livelli dello spread.

Riassunta la nascita e l’evoluzione veniamo ora ad analizzare un tema necessariamente collegato allo spread.

Sì perché se esso misura il differenziale di rendimento tra i BTP decennali italiani e i BUND tedeschi è essenziale capire chi detiene il debito pubblico italiano?

Ebbene il debito pubblico italiano è detenuto per il 31,3% da investitori esteri di cui appena il 5% sono extra-europei (a inizio anni 2000 era il 10%), i fondi americani risultano avere appena l’1%, quelli giapponesi l’1,5%. Il restante 68,7% è detenuto da investitori italiani.(stima Nomura)

Se lo spread sale, il valore nominale dei BTP scende.

Chi pochi giorni fa avesse investito 50mila euro in un BTP decennale e avesse necessità di rivenderlo oggi, riceverebbe poco più di 47mila euro, perdendo quasi il 6%.

Per gli investitori in questo momento prevale il timore di non vedersi restituire non solo l’interesse ma nemmeno il capitale prestato allo Stato Italiano.

Il governo nazionale per rendere più appetibili, ossia per fare acquistare i titoli di stato, dovrà offrire cedole più elevate agli acquirenti e tutto ciò non fa che accrescere il deficit statale.

Secondo uno studio di Unimpresa le Finanze dovranno emettere entro la fine del 2019 nuovi titoli del debito per 423 miliardi di euro. Un solo punto in più rispetto a quanto pagato fino ad aprile significa dover trovare altri 4,2 miliardi di euro.

E come potremmo biasimare chi teme di non veder rimborsato il proprio credito?

La situazione più allarmante ricade però, come abbiamo visto, sugli italiani che direttamente o indirettamente ne detengono la quantità maggiore.

“Secondo Unimpresa, dei quasi 2.290 miliardi di debito statale di fine 2017 poco meno di un terzo era detenuto da fondi e istituzioni straniere, ovvero dai soggetti che oggi stanno vendendo. Banca d’Italia, fondi di investimento e assicurazioni, le famiglie e le imprese sono i principali detentori. Il problema principale però è quello delle banche italiane, che hanno ancora in pancia oltre 300 miliardi di titoli. Una loro forte svalutazione avrebbe un effetto sistemico paragonabile a quello avuto dall’esplodere della crisi di Npl (i crediti in sofferenza) che solo ora è in via di risoluzione e porterebbe con sé inevitabilmente un aumento dei costi del credito a famiglie e imprese. Non solo, le aziende pagheranno di più i fidi e quelle che si finanziano con emissioni obbligazionarie finiranno per dover riconoscere rendimenti più elevati ai sottoscrittori appesantendo i bilanci.”

“Per chi ha già in corso un mutuo a tasso fisso l’aumento della spread non avrà nessuna conseguenza. Qualche motivo di preoccupazione in più invece dovrebbe averla chi sta pagando un mutuo indicizzato. Nella stragrande maggioranza dei casi i finanziamenti a tasso variabile sono ancorati al tasso interbancario Euribor a uno o tre mesi, i cui valori sono fermi sottozero ormai da quasi due anni. Ma se il problema dell’Italia creasse un contagio a livello europeo e i parametri cominciassero a salire l’aumento della rata sarebbe sensibile. Ipotizziamo un mutuo da 150mila euro a 20 anni stipulato un anno fa a Euribor 3 mesi più 1,6%. Finora la rata è rimasta ferma a 708 euro, ma l’incremento di un punto dell’interbancario dall’attuale -0,33% a +0,67% porterebbe il costo mensile a 828 euro; una crescita di due punti a +1,67% addirittura a 947 euro.

Per chi invece deve avviare un mutuo il discorso cambia. I costi iniziali appaiono destinati a lievitare, in dipendenza dall’andamento dell’Euribor per il tasso variabile, ma, se la situazione dello spread dovesse perdurate, sono probabili incrementi anche per i nuovi finanziamenti a tasso fisso. Se a parametri inalterati le banche decidessero di applicare ai fissi lo stesso spread degli indicizzati un mutuo a 20 anni da 150mila euro si offerto al 2,05% e con una rata da 762 euro finirebbe per costare 813 euro al mese. Sono da attendersi incrementi nei costi anche nel credito al consumo e nei prestiti personali.” (Corriere della Sera Economia 25 maggio 2018).

Ecco perché il controllo dello spread e’ importante per garantire tutela alla credibilità del nostro Paese: non solo per i mercati ma per gli italiani stessi.

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