Agli inizi del Novecento in Italia veniva coltivata canapa su una superficie vicina ai 100.000 ettari. E i dati di oggi? A fine 2016 la superficie coltivata sfiorava appena i 4.000 ettari. Tutta colpa della repressione, iniziata negli anni 70’, all’utilizzo della cannabis? Non solo questo, la crisi nella coltura di questa specie vegetale inizia molto prima, con l’esplosione del mercato petrolchimico e della crescente sostituzione dei prodotti ricavati dalla canapa, soprattutto tessili, a favore di quelli derivanti dal petrolio. Il luogo comune che associa questa pianta al solo utilizzo quale sostanza stupefacente ne ha compromesso l’immagine e non ha consentito di svilupparne le decine di ulteriori utilizzi. Bio-edilizia, cosmesi, tessile, imbarcazioni, carta, combustibile, bonifica del terreno… chi più ne ha più ne metta.

La Legge n. 242/2016 ha liberalizzato l’attività di coltivazione della canapa, nonostante vada chiarito come siano ammesse alla libera coltivazione solo n. 64 varietà presenti nel catalogo comune delle specie, secondo la direttiva CE 2002/53. Le varietà iscritte in tale catalogo non rientrano infatti tra le sostanze stupefacenti.

Chiariamo quindi quali sono gli adempimenti a carico dell’agricoltore che volesse coltivare canapa e quali gli aspetti su cui porre maggiore attenzione. Innanzitutto, le sementi che possono essere coltivate devono essere registrate nell’Unione Europea e devono avere un contenuto massimo di THC certificato, cioè del principio attivo, pari allo 0,2%. Il coltivatore ha l’obbligo di conservare al minimo per 12 mesi i documenti che specificano quali sono i semi acquistati, cioè i cartellini di vendita a norma della direttiva 2002/57/CE, oltreché conservare le fatture di acquisto di tali sementi, come richiesto dalla legge.

Si fa presente che, a differenza di quanto richiesto dalla normativa previgente, il coltivatore di canapa non ha bisogno di autorizzazioni per procedere con la semina e l’inizio della coltivazione. Non deve essere infatti più data notizia alla più vicina stazione delle forze dell’ordine, come richiesto in precedenza.

Per stabilire se la pianta coltivata è legale o meno quindi, tutto ruota attorno al livello di THC rilevato. Cosa succede se il valore supera lo 0,2%? In quali sanzioni incorre il coltivatore?

Se il livello rilevato, ad esempio tramite prelevamento a campione da parte delle forze dell’ordine, oscilla tra lo 0,2% e lo 0,6%, non ci saranno conseguenze dirette per il coltivatore. Nel momento in cui invece il livello di THC superi anche la soglia dello 0,6%, verrà esclusa la responsabilità del coltivatore ma ci sarà la possibilità da parte dell’autorità giudiziaria di disporre la distruzione delle piante o il sequestro del terreno coltivato. Il consiglio che è stato spesso rivolto, dalle associazioni di categoria, soprattutto a chi si appresta in questi mesi ad effettuare la valutazione su un possibile investimento, è quella di rivolgersi alle associazioni italiane del settore per l’acquisto delle sementi corrette e rientranti tra le varietà legali.

Il grande passo a sostegno della filiera di produzione della canapa è stato quindi effettuato. Risulta visibile la volontà di trainare lo sviluppo di tale coltivazione anche avendo riguardo all’incentivo attribuito dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, che compatibilmente con la normativa europea in materia di aiuti di Stato, destina annualmente una quota delle risorse disponibili a valere sui piani nazionali di settore di propria competenza, nel limite massimo di 700.000 euro, per favorire il miglioramento delle condizioni di produzione e trasformazione di questo settore (art. 6, L. 242/2016).

Come hanno già commentate i media, è iniziata l’era della “Cannabis Light”, nuova possibilità di reddito per gli agricoltori italiani ed europei, se colta al volo e prima degli altri Stati appartenenti all’Unione Europea.

Fonti:

– Direttiva CE 2002/53;
– Legge n. 242/2016;
– Regolamento (UE) n. 809/2014

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