L’effetto mediatico che ha preceduto l’avvento delle società sportive dilettantistiche lucrative può considerarsi di gran lunga superiore alla convenienza fiscale e operativa di tale strumento societario.

La maggior parte degli enti sportivi dilettantistici non profit hanno come proprio strumento di finanziamento le quote di frequenza (c.d. corrispettivi specifici) versate da associati, soci e tesserati sportivi per la partecipazione alle attività istituzionali de-commercializzate ai sensi degli artt. 148 Tuir e 4, comma 4, DPR 633/72 nonché le entrate da sponsorizzazione (considerate spese di pubblicità deducibili per presunzione assoluta da parte dello sponsor nel limite annuo di 200.000 euro).

Altro punto forte degli enti sportivi dilettantistici non lucrativi è la possibilità di erogare delle somme a titolo di compenso, indennità di trasferta, rimborso forfettario di spesa e premi fiscalmente neutrali per il percipiente fino al limite anno di 10.000 euro (7.500 euro fino al 31/12/17) a coloro che, gratuitamente, prestano la loro opera nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche così come riconosciute dal Coni nonché per l’attività di collaboratore coordinato e continuativo nelle mansioni amministrativo-gestionali non professionali (es. attività di segreteria). Tali rapporti, infatti, non possono sostanziare alcun rapporto di lavoro subordinato essendo i percipienti dei “volontari indennizzati”.

Giusta premessa, essendo inapplicabili le disposizioni sopra indicate, le nuove società sportive dilettantistiche lucrative che presentano degli statuti redatti con i contenuti previsti dal comma 354 della L. 205/17, ottenuto il riconoscimento del Coni, godono della riduzione dell’IRES al 50% sui propri ricavi, scontando quindi l’aliquota del 12% (anziché quella del 24%).

Essendo esclusa la possibilità di de-commercializzare i corrispettivi specifici versati da soci e tesserati sportivi frequentatori, tali società applicheranno l’Iva al 10% su servizi di carattere sportivo prestati ai  praticanti le attività sportive riconosciute dal Coni (singoli accessi, abbonamenti, ecc.).

Pertanto, sulle quote di frequenza per le attività sportive al di fuori di quelle previste dal Coni nonché su qualsiasi altra entrata commerciale la società dovrà applicare l’imposta sul valore aggiunto secondo l’aliquota ordinaria (normalmente 22%).

Le società lucrative, inoltre, dovranno dotarsi di un “direttore tecnico” in possesso del diploma ISEF o di laurea quadriennale in Scienze motorie o di laurea magistrale in Organizzazione e gestione dei servizi per lo sport e le attività motorie (LM47) o in Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate (LM67) o in Scienze e tecniche dello sport (LM68), ovvero in possesso della laurea triennale in Scienze motorie (non essendo sufficiente aver svolto un corso formativo presso il proprio ente sportivo di affiliazione).

Quanto sopra ci fa ben comprendere come il modello societario introdotto (c.d. SSD lucrativa) è stato studiato per le realtà di grandi dimensioni, non risultando appetibile per quegli enti minori dove la de-commercializzazione delle quote di frequenza e lo strumento dei compensi detassati corrisposti agli istruttori dilettanti giocano un ruolo fondamentale per la sopravvivenza del sodalizio.

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