Nella prassi professionale un fenomeno molto frequente è costituito dal ritrovamento di una c.d. “contabilità parallela”, o “contabilità in nero”, vale a dire una ingente quantità di documenti e materiali (brogliacci, appunti su fogli, agende, block notes, matrici di assegni, estratti di conto corrente, ecc.) da cui si evince complessivamente una maggiore redditività dell’attività d’impresa rispetto a quella riflessa in contabilità e quindi dichiarata.

Ebbene, secondo un orientamento consolidato della Suprema Corte, i documenti extra contabili sopra menzionati rappresentano elementi indiziari provvisti di gravità, precisione, concordanza, e come tali possono essere impiegati per escludere non solo la veridicità delle poste contabili autonomamente intese, bensì anche l’attendibilità complessiva della contabilità ufficiale. In tale prospettiva, la Cassazione nel 1992 (Cass., sez. I civ., 10 gennaio 1992, n. 208) secondo cui l’art. 39, 2° comma, lett. d) d.p.r. 600/73, consente all’ufficio di procedere alla rettifica dei redditi dichiarati in modo sintetico, prescindendo dalle scritture contabili e servendosi di qualunque dato, notizia o elemento indiziario anche se privo degli elementi occorrenti per pervenire a prova presuntiva, ogni qualvolta, tra l’altro, indagini ispettive abbiano riscontrato a carico del contribuente omissioni, falsità od inesattezze di rilevanza tale da evidenziare l’inaffidabilità delle scritture contabili nel loro complesso. Tale norma trova piena applicazione laddove dalla verifica emerga una contabilità occulta, pertanto risulta legittimo l’accertamento induttivo effettuato sulla base del rinvenimento, da parte della polizia tributaria, di blocchetti di appunti, contenenti annotazioni di ricavi risultati non contabilizzati. Per la Suprema Corte, insomma, vi è una sorta di “automatismo”, cosicché quando una documentazione ricavabile da un brogliaccio, da un’agenda calendario e simili, evidenzi l’intervenuta realizzazione di operazioni plurime e ripetute non risultanti dalle scritture contabili ufficialmente tenute, non sono revocabili in dubbio i presupposti che consentono all’Amministrazione finanziaria di esercitare i poteri accertativi attribuiti dall’art. 39 d.p.r. 600/73.

In modo analogo, anche laddove nel caso concreto fosse comunque esperibile il metodo analitico, in quanto rettificabili specificamente le singole poste, l’Ufficio ha comunque la facoltà di optare per quello induttivo, e ciò proprio grazie al mero rinvenimento di contabilità parallela (Cassazione, sez. I civ., 7 luglio 1999, n. 7045). D’altro canto, alla luce della già evidenziata, progressiva “sovrapposizione” tra metodi analitici e metodi induttivi, negli anni più recenti, il rinvenimento di documentazione extra contabile è stato reputato idoneo a legittimare anche accertamenti di matrice “mista”, ricadenti nell’alveo applicativo dell’art. 39, 1° comma, lett. d) d.p.r. 600/73.

In specie, poi, alcune pronunce riconoscono alla “contabilità parallela” la funzione di rappresentare la situazione dell’impresa (potendo quindi esse stesse costituire punto di partenza per la ricostruzione del reddito), essendo il predetto materiale extra contabile riconducibile al novero dei documenti riepilogativi e costitutivi della situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’impresa. Indicativa in tal senso, la Cassazione, sez. trib., 23 luglio 2008, n. 20264, secondo la quale “la c.d. “contabilità in nero”, costituita da appunti personali ed informazioni dell’imprenditore, rappresenta un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza prescritti dal d.p.r. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, dovendo ricomprendersi tra le scritture contabili disciplinate dall’art. 2709 c.c. e ss., tutti i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti d’impresa ovvero rappresentino la situazione patrimoniale dell’imprenditore ed il risultato economico dell’attività svolta, ed incombendo al contribuente l’onere di fornire la prova contraria”.

Va evidenziato come, secondo la Suprema Corte, tra la “contabilità parallela” vadano ricomprese le scritture contabili non ufficiali del tipo “mastrini”, ed in specie, costituisca elemento idoneo a fondare il superamento delle risultanze contabili, la rilevazione di un saldo negativo del conto cassa: “In tema di accertamento induttivo del reddito d’impresa ai fini Irpeg e Iva, ai sensi del d.p.r. n. 600 del 1973, art. 39, e del d.p.r. n. 633 del 1972, art. 54, la sussistenza di un saldo negativo di cassa, implicando che le voci di spesa sono di entità superiore a quella degli introiti registrati, oltre a costituire un’anomalia contabile, fa presumere l’esistenza di ricavi non contabilizzati in misura almeno pari al disavanzo”.

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